Jacopo Fanfani
Associazione
Memorial e Premio JFA
Le azioni
Sala Stampa
| Jacopo, un sorriso per gli altri |
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| Biografia |
| Scritto da Administrator |
| Giovedì 17 Marzo 2011 06:24 |
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Jacopo è nato a Roma il 30 novembre 1992. Il giorno di sant’Andrea. Avevo pensato di chiamarlo Andrea ma il primo nome che mi è venuto dal cuore è stato...Jacopo. Jacopo con la “J” diceva lui. Come un segno distintivo. Poi informandomi sul significato del nome scoprii che deriva dall’ ebraico, El Jacob El, e vuol dire “Dio protegga”. Nella Genesi Jacopo è il nome del figlio di Isacco e Rebecca, nato da un parto gemellare dopo il fratello Esaù che egli teneva per il tallone. E qualche cosa di veramente leggendario c'era perchè Jacopo era stato concepito con una fecondazione artificiale omologa e dalle prime analisi si videro due embrioncini, poi però ne proseguì uno solo e lui nacque forte e sano. “Mi sarebbe piaciuto avere un gemello”, mi disse quando gli raccontai la sua meravigliosa creazione. Io credo di aver sentito qualcosa di speciale, sentii di affidarlo a Dio. Nella famiglia paterna qualche parente suggerì di chiamarlo Amintore, come il nonno, ma il nonno Amintore Fanfani raccomandò di “lasciargli la sua libertà”. Jacopo era un figlio della scienza, e un dono, venuto al mondo con un tuffo di gioia dalle mani del professor Severino Antinori che aveva eseguito l’inseminazione artificiale. Appena lo vidi mi sembrò pacioso e buono. Così è stato, sempre. Da neonato sin all’ultimo giorno. Non ho mai dovuto rimproverarlo, mai una punizione. Scrissi due libri sulle nuove tecniche di fecondazione per esortare le coppie sterili a vivere con speranza i prodigi della medicina. E’ cresciuto in un clima sereno e pieno di affetti, soprattutto circondato dalle premure della nonna Marcella e di tanti zii e nipoti. Prendeva molto latte e dormiva tranquillo. Aveva gli occhi verdi e per me fu una grande emozione perchè nella mia famiglia avevano tutti gli occhi scuri. Fu affidato alle cure della tata Lucia Mancini, oggi infermiera pediatrica al Policlinico Umberto I che lo ha così amorevolmente accudito che è una dei fondatori dell’Associazione. Ma non possiamo dimenticare l’affetto speciale e le “pappe” di tata Antonina e le buone cure di Anna e Francesca. La prima scuola è stato un asilo musicale, a due anni, dove non andava troppo volentieri ma essendo mite e socievole non riusciva neppure a piangere. Riprovammo l’anno dopo dalle Suore Dorotee in via Tommaso Salvini dove invece andò come un vero scolaretto con la cartella e i colori. Le suore Doretee gli diedero una bellissima impronta spirituale e Jacopo ha sempre coltivato una fede delicatissima, recitava preghiere fatte di poesie oltre che quelle tradizionali. La sua insegnante di matematica, Ms Helen Kearney, ha scritto che “Jacopo era come un ponte fra ragazzi di diverse culture, estrazioni sociali e attitudini”. Insieme al mare c’è sempre stato l’ interesse crescente per il cielo e anche per l’astronomia: a sei anni aveva ricevuto il suo primo canocchiale e lo zio Vanio, del Centro Astrofili di Perugia, lo aveva appassionato alle stelle. Parlavamo spesso dei misteri dell’universo e credo che un giorno in cammino sulle vette delle montagne sentimmo proprio il senso del trascendente. Jacopo era un ragazzo di questi tempi: pieno di slanci, di curiosità, amava la musica, suonava il pianoforte, da piccolissimo aveva provato col violino, frequentava le piazze e le discoteche, però nutriva anche valori profondi. L’amicizia soprattutto. Amava tutti i suoi amici, non faceva distinzioni di ceto o di razza, coltivava il senso dell’ideale, anche se col sorriso e la leggerezza dei ragazzi della sua età. Due giorni prima della sua scomparsa mi parlò di alcune teorie di fisica. Un po’ voleva sempre stupirmi con le sue linguacce alla Einstein, così io mi misi a sorridere, ma lui andò verso il muro di casa, vi si appoggio con le mani e poi mi disse che stava studiando con alcuni super esperti una teoria eccezionale, lo sviluppo delle leggi della fisica nella velocità dei neutrini, era convinto che le mie convinzioni sulla vita oltre la morte fossero vere, cioè dimostrabili. "Come?", gli chiesi io un po' scettica. "Con l'entropia, mamma, vedrai che scoperta faccio io". Sono state le sue ultime parole, quelle che ricordo. Perchè poi non ci siamo quasi più parlati, se non che per dire che dovevo andare alla polizia a denunciare le minacce perchè lui era molto preoccupato. Infatti, forse intuendo i rischi che comporta la scienza per chi vuole andare oltre i limiti, ricordo che Jacopo non si accontentò di ammonirmi con questa frase "ricordatelo questo mamma" alludendo ai suoi studi sulla fisica dei neutrini, ma prese un foglio e ci scrisse sopra con la sua inequivocabile calligrafia "entropia di un sistema", e poi sempre ironico come era, aggiunse "leggi... leggi cosa significa!". Da qui muove anche il mio impegno e l'attività dell'associazione. Premiare il talento e proteggerlo. Jacopo stava per salpare dall’ adolescenza verso la piena gioventù, verso la formazione e la professione. Ma i figli non sono solo i nostri figli, tutti i ragazzi sono nostri figli. Cercheremo di fare qualcosa per loro, di aiutarli a guardarsi dentro, ad indirizzare le proprie mete verso approdi sereni e soddisfacenti, soprattutto ad amarli e rispettarli. E in ricordo di Jacopo augurare loro...buone idee! Sullo strano incidente sono ancora in corso le indagini. Chi volesse dare il suo contributo di chiarezza può farlo. l
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La scoperta dei velocissimi neutrini








